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11/06/2010 Il nuovo export
Come dice il prof. Costa, continua il dibattito sul made in italy. L’hanno fatto Dario Di Vico sul Corriere di martedì 18 maggio e lo stesso prof. Costa sul Corriere del Veneto di domenica 23 maggio. Parto da una affermazione di Reguzzoni, il quale dice che Benetton sbaglia se pensa che l’Italia possa vivere solo di terziario più o meno avanzato. Reguzzoni sbaglia se pensa che l’Italia possa vivere di solo manifatturiero. E la legge che porta il suo nome lo dimostra. Le analisi di Di Vico e Costa evidenziano che questa polarizzazione è molto viva nel sistema economico, o meglio, corporativo, che caratterizza il nostro Paese. Sembra difficile ammettere che prima daremo pari dignità di tutela al prodotto e alle idee, prima il nostro sistema economico svilupperà la capacità di essere riconosciuto all’estero in modo nuovo. Sicuramente più idoneo a riappropriarsi anche di quel mercato mondiale che propone “le idee del made in italy”, come le chiama Bauli. Ma nel nostro Paese sembriamo tutti pronti a farlo, ma nessuno ha il coraggio, tranne forse in questo momento Benetton, di dire quello che pensa. Io, dal Veneto, propongo al sistema economico e politico una strada, una visione concreta per poter affrontare i temi che in questi ultimi mesi tengono occupate pagine di giornali e convegni. Anche noi abbiamo organizzato convegni, ai quali però abbiamo dato un titolo che da solo credo renda il concetto meglio di mille spiegazioni: “Il Pensare, il creare, il fare italiano: le sinergie possibili”. Quale valore può accomunare il pensare, il creare, il fare italiano? Italo Calvino,nelle Lezioni americane, fra i valori della letteratura da preservare per il millennio che noi abbiamo cominciato a vivere, indica la Molteplicità. Lo fa parlando di un altro autore italiano, Carlo Emilio Gadda, perché, sono parole sue, :”….egli vede il mondo come un “sistema di sistemi”, in cui ogni sistema singolo condiziona gli altri e ne è condizionato”. Ritengo sia una descrizione estremamente calzante per il nostro sistema economico, di Paese da sempre trasformatore. Ritengo sia una descrizione estremamente calzante non solo per il nostro sistema economico, ma anche per l’economia mondiale, nella quale il nostro rappresenta un singolo sistema che vorrebbe condizionare gli altri, ma che sicuramente ne è condizionato. Sorge un’altra riflessione: cercare di definire cosa intendiamo per “sistema economico italiano”. Vi convivono prodotti fatti in Italia con componenti italiani, prodotti fabbricati all’estero con componenti italiani, prodotti fabbricati in Italia con componenti esteri. Sostituendo la parola prodotti con progettazione,e la parola componenti con idee, inseriamo un elemento di molteplicità. A questa molteplicità del sistema economico non credo si possa dare un’unica interpretazione, sia nella comunicazione, tanto meno nella normativa. In effetti, in questi convegni i politici intervenuti ci hanno sempre dato ragione, gli imprenditori anche. Poi? Poi, da parte nostra almeno, abbiamo ritenuto importante coinvolgere anche il mondo professionale in una esperienza concreta, alla quale il Sole Nordest di mercoledì 19 maggio ha dedicato uno spazio: il Brain IN Italy. L’Unione Giovani Dottori Commercialisti di Vicenza ha aderito con entusiasmo all’iniziativa, anche per gli aspetti aziendalistici nella creazione di valore che la stessa riveste. Abbiamo creato uno strumento per dare alcune delle risposte che in questo momento sono sempre più necessarie ad un sistema di imprese che non avendo un proprio brand, perché non hanno la forza finanziaria per crearlo, gestirlo e comunicarlo, potrebbe riconoscersi valore solo appartenendo ad un genus di aziende esportatrici dotate di una caratteristica particolare: quella di riprodurre stabilmente la creatività nei processi aziendali.
Quando Costa parla di recuperare esportazioni doc,e soprattutto di attrezzarsi per presidiare i segmenti più ricchi della filiera che riguardano la concezione del prodotto e del servizio, il marketing, il know how produttivo “più che la produzione in sé”, parla di quello che noi stiamo facendo.
Quando Rullani dice che i piccoli non devono pensare al made in Italy come ad una rendita di posizione, e che devono a loro volta aggiungere qualità e magari creare dei loro brand aziendali, parla di quello che noi stiamo facendo.
Quando Di Vico, in un precedente intervento, afferma che le middle class di Cina, India e Brasile comprano prodotti italiani come test della propria elevazione di gusto e cultura, e che questo ceto medio solo in Cina sarà composto da 270 milioni di persone, dobbiamo riflettere su quale messaggio vogliamo dare al mondo. Vogliamo essere visti come il Paese arroccato sulle “due lavorazioni su quattro?” o vogliamo che le parole gusto e cultura abbiano un valore, siano un marchio difendibile e spendibile per tutte quelle imprese che ne sono intrise, ma che da sole non potranno mai farli valere. Se dobbiamo fornire gusto e cultura, facciamolo, ma rendiamolo un sistema di valore. Per il sistema economico italiano, nella sua molteplicità.
Noi di Brain IN Italy lo stiamo facendo.
Franco Barin











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