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2011: il valore del saper fare
I paesi emergenti non sono solo un grande mercato di destinazione, sono anche un formidabile laboratorio di innovazione di beni e servizi,di processi produttivi pronti,a loro volta, a tentare lo sbarco su tutti i mercati mondiali. Sul Sole 24 Ore di venerdì 7 gennaio Stefan Wagstyl argomenta questo assunto in un articolo nel quale leggiamo come i paesi cosiddetti bric stiano sempre più diventando generatori di nuovi prodotti, servizi, tecniche di produzione e strategie commerciali. In altre parole, sfornano beni che non sono più la copia conforme di quelli occidentali.
Sempre sul Sole, ma del giorno prima, il 6, Michele Tronconi, presidente del Sistema moda Italia, afferma quanto segue:” Presto anche i cinesi sforneranno stilisti e creativi di ogni genere. Noi italiani nell’ideazione del bello restiamo però imbattibili,perché la nostra capacità si fonda su tradizioni centenarie che hanno profonde radici non solo nella cultura del bello,ma anche nel know- how artigianale. E’ su questo che dobbiamo investire ed e’ per questo che la filiera tessile va preservata a tutti i costi”.
Dario di Vico, sul magazine del Corriere della Sera, afferma che il Made in Italy nel 2011 ” deve scendere dal piedistallo, ed inventarsi qualcosa…”
Il prof. Corò, sul Giornale di Vicenza del 24 dicembre 2010, in un interessante articolo parla delle “catene del valore” dei prodotti globalizzati, citando l’esempio dell’Iphone. “In definitiva – dice il prof. Corò- dire che l’iPhone è assemblato in Cina, non significa che in questo paese si sviluppi l’intero processo produttivo, che in realtà contiene funzioni industriali e di servizio svolte altrove. Perciò, anche il valore aggiunto andrà distribuito fra i diversi fattori produttivi – capitale, lavoro, ricerca e sviluppo tecnologico – che partecipano alla catena globale di creazione e produzione del bene….. Secondo il direttore del WTO, Pascal Lamy, per molti prodotti manifatturieri lo stesso concetto di “paese di origine” si sta rivelando oramai obsoleto. Più che all’origine, sarebbe meglio guardare al contributo effettivo di valore aggiunto che ogni economia è in grado di apportare alle catene globali del valore. Potremmo così accorgerci che molte delle importazioni italiane dalla Cina – come elettrodomestici, abbigliamento tecnico, attrezzature sportive – contengono, in realtà, molto lavoro italiano, magari sottoforma di idee, design, tecnologia sviluppati nelle imprese più aperte e dinamiche della nostra economia. Perché invece di difendere solo il Made in Italy tradizionale non puntiamo di più anche su questo nuovo Made in Italy globale?”
Sembra retorico dire che i tempi sono cambiati, e che la geografia economica del pianeta non e’ più quella pre-crisi. Ma e’ una retorica che ancora alberga nelle nostre istituzioni. Infatti, e’ di mercoledì 6 gennaio una intervista ancora sul Sole con il ministro degli Esteri Franco Frattini, nella quale la notizia che emerge e’ che si farà uno sportello unico per il made in Italy. Le ambasciate diventeranno il punto di riferimento unico per il sistema, Ice e Regioni comprese.
Il decreto legislativo che Frattini dice firmerà insieme al Ministro dello Sviluppo economico Romani ” e’ già pronto”.
Speriamo non si demandi il tutto ad una serie di decreti attuativi. Ma anche così non fosse, i tempi per una messa a regime di un sistema siffatto non si possono pensare brevi. Dando per scontata, comunque, la prosecuzione della legislatura fino al suo naturale epilogo. Perché altrimenti…
Le considerazioni di Wagstyl ,Tronconi, Di Vico e Corò comunque dimostrano che il sistema economico italiano deve dotarsi di strumenti nuovi per interpretare il ruolo che merita, e che nel mondo ancora ci riconoscono.
Paradossalmente questo ruolo potrebbe venirci riconosciuto, prima che da noi stessi, proprio dai Paesi bric.
Sarebbe una ulteriore lezione sulla rapidità che e’ richiesta per agganciare il nuovo sviluppo del mondo, al quale stanno partecipando molte nostre aziende.
Al di la’ di qualunque decreto legislativo.
Franco Barin











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