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05-06/2009 Il commercialista veneto
Il valore della creatività aziendale: l’identità delle idee
IN QUESTO MIO INTERVENTO cercherò di raggiungere un obiettivo che per noi dottori commercialisti potrebbe rappresentare uno strumento nuovo per lo sviluppo della nostra professionalità: quello di farvi percepire quanto può essere concreta la creatività, e l’importanza che è giusto vada sempre più assumendo nel creare valore aziendale. Comincio cercando di intenderci sul concetto di creatività.
Nel corso degli ultimi decenni in Italia la creatività è sempre stata percepita con una intrinseca leggerezza: un paradigma legato alla ideologia della creatività, ad una sua rappresentazione che i settori trainanti del made in Italy hanno rafforzato. Auto, abbigliamento, alimentare e arredamento: le 4 A. Pensiamo al fenomeno della “archistars”: non più semplici architetti, ma visionari degli spazi abitativi e sociali. Piano, Fuksas, Aulenti.
Una visione sicuramente affascinante, ma che a mio avviso sconta un limite: quello di non collegare la creatività alla quotidiana fatica che ne rende possibile la stabile riproduzione all’interno di una organizzazione aziendale. Questa visione ne ha enfatizzato la componente spontanea, quel modo di vedere innovazione e creatività come opera del nostro innato genio nazionale, non caratterizzate da elementi di concretezza, riconoscibilità, identificabilità, tali da costruirne una “tangibilità”. Elementi che in azienda dovrebbero consentire di vivere la creatività come una buona prassi: un atteggiamento mentale, connotato da stabilità applicativa, da metodo.
Qui nasce una sfida, dettata ora più che mai dal rapido evolversi dei mercati internazionali, dalla necessità di non perdere una storica occasione di trasformazione: passare da una visione sostanzialmente individuale della creatività, ad una pianificazione, ad una percezione della creatività e della innovazione come fattori produttivi strategici.
Da anni questo “dilemma” è stato alimentato da particolarismi che hanno cercato di enfatizzarne aspetti peculiari di una produzione specifica, di un luogo, non consentendo di perseguire nel sistema economico una sintesi a medio lungo termine idonea a garantire alla creatività il riconoscimento del suo valore di fattore produttivo.
I testi di economia sono pieni di metodologie che tendono a misurare la creatività. Un indice come il Roc, return on creativity, per esempio, collega le unità di tempo impiegate dal gruppo creativo per produrre le idee al numero di idee prodotte dal gruppo stesso. Il rapporto tra queste due grandezze è un indice che consente di confrontare la produttività creativa di gruppi di lavoro di reparti e di progetti diversi. Nel coaching si cerca di far emergere la creatività del singolo, e del gruppo. Ma non è di questo l’aspetto della questione che mi interessa. Voglio cercare di dare un contenuto al concetto di “stabile riproduzione della creatività”, e del valore che ne può derivare.
Vi sottopongo alcune considerazioni del Prof. Enzo Rullani, che a mio avviso possono indicare delle strade da percorrere.
La prima: nelle aziende bisogna passare dall’innovazione di quantità (più volumi, maggiori quantità) all’innovazione di qualità, che crea valore agendo sui significati, sulle esperienze, sulle identità e sui servizi forniti agli utilizzatori. Tradurre l’innovazione in un valore che il cliente è disposto a pagare.
La seconda: creatività ed innovazione che si confrontano con la sostenibilità ambientale. A mio modo di vedere ciò implica anche un orientare le produzioni verso settori nuovi, nei quali ci siano dei bisogni inespressi.
La terza: l’energia innovativa che scaturisce dal-l’utilizzo di tecnologie come internet, e il web in generale.
Sicuramente possono esserci anche altri percorsi da indicare. Ma qualunque percorso venga indicato, in Italia si corre un rischio: quello di dare degli strumenti prevalentemente verbali. Cioè, di trovarsi a discutere di creatività e innovazione dando tale connotazione a ogni manifestazione di alterità rispetto al conosciuto, indipendentemente dal campo in cui ciò succede. In altre parole: quando tutto è creativo, nulla lo è più veramente. Parlare di creatività …perché è il tema all’ordine del giorno, senza operare scelte di sistema.
Siamo tornati alla ideologia della creatività. Dalla quale dobbiamo uscire, definitivamente. Perseguendo quella che ho prima definito “la stabile riproduzione della creatività”.
Sempre Rullani ci fornisce una ulteriore considerazione: “Il circuito della produzione materiale (macchine, capannone,prodotto) deve fare spazio alla produzione immateriale di significati, esperienze, identità, servizi che sono sempre più importanti nel dare valore al prodotto”.
Analizziamo il pensiero di Rullani. Il materiale che fa spazio all’immateriale. Non una contrapposizione, ma una sinergia nuova, tesa ad amplificare l’origine e la provenienza delle merci, dei prodotti, rendendo tangibile l’origine e la provenienza delle idee.
Si va delineando un nuovo fattore produttivo. Fatto di stile, qualità, etica, ambiente, ricerca e sviluppo, innovazione, cultura, storia.
Fatto proprio questo approccio, come comunicarlo? E come trasformarlo in valore? Non è facile, nè immediato.
Perchè in questo approccio è insita una modifica della mentalità aziendale: l’enfasi si sposta dal fare al saper fare. Dal prodotto al nome dell’azienda.
Quante aziende possono avere la forza di comunicarlo? Mi spiego: pensiamo ai nomi, a cosa intendiamo per nomi. Ferrari, Ferrero, Armani, Valentino, le multinazionali tascabili leader nel loro settore, fenomeno italiano dalle grandi luci e dalle profonde ombre.
E le altre circa 200.000 aziende italiane che esportano, con quale forza possono investire in un processo di riproduzione stabile della creatività potendolo poi altrettanto stabilmente comunicare, trasformandolo in “valore aziendale”?
La mia convinzione è che ciò possa essere fatto attraverso una metodologia che garantisca nel tempo la riconoscibilità della creatività come fat-tore produttivo strategico, esplicitandone -la identificabilità, cioè gli elementi che la caratterizzano, che ne rendono possibile la “stabile riproducibilità”; -il controllo sui processi (ove possibile anche dal punto di vista legale); -la capacità di generare benefici economici futuri, non solo in termini di vendite. In sintesi, il maggiore apporto al valore immateriale dell’azienda, alla sua componente intangibile che trova ora espressione in quello che la dottrina contabile definisce “avviamento”.
Il tutto inserito in una logica di “sistema Italia”.
Pronti a superare particolarismi ed egoismi di posizione. Mi permetto quindi di sottoporre alla vostra attenzione una possibile metodologia, che potrebbe trovare la sua espressione in un progetto denominato “Brain IN Italy”. Questa metodologia consentirebbe di valutare gli aspetti che portano alla riproducibilità della creatività in azienda, dandone poi espressione di sintesi in un rapporto di valutazione, e nell’apposizione di un marchio d’identità che comunichi verso l’esterno la capacità dell’azienda di “fare creatività”.
Inoltre, tale metodologia potrebbe, in sede di valutazione dell’azienda, contribuire a rafforzare l’apporto dei beni immateriali alla determinazione del valore. L’avviamento di una azienda potrebbe risultare amplificato se la stessa fosse in grado di dimostrare la stabile capacità della sua organizzazione di creare e innovare, e la sua capacità di essere identificata sui mercati internazioni come tale, attraverso un segno riconosciuto e riconoscibile.
Anche i rapporti con il mondo bancario potrebbero averne dei benefici: una progettualità aziendale non solo dichiarata, ma identificata nelle sue componenti, traducibile quindi in un contributo concreto al valore dell’azienda, darebbe elementi di dialogo importanti e non trascurabili. Nei contesti descritti noi commercialisti potremmo diventare dei “costruttori di valore”, ampliando quindi la nostra riconoscibilità a forme di attività che, pur venendo dalla nostra esperienza, si confrontano apertamente con il profondo cambiamento in atto nel sistema economico, e ne traggono nuova forza.
Franco Barin
Ordine di Vicenza











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