03/2010 Corriere Vicentino

MADE IN… MIO CORTILE

Per motivi professionali mi occupo delle problematiche relazionate al made in italy, riscontrandone l’importanza strategica per il nostro sistema economico e l’estrema frammentarietà nella strategia di governo delle applicazioni. Cerco di spiegarmi.

Sappiamo che il nostro Paese è molto “imitato” e sappiamo anche che molte “imitazioni” le facciamo in casa. Questo provoca danni economici non di poco conto. I tentativi di combattere queste situazioni ci sono ma, come al solito, in Italia stiamo passando dal poco niente al troppo. Nel giro di sei mesi circa ci ritroviamo con due nuove leggi che, in modo scoordinato e senza preventivo interpello comunitario, pretendono di dettare le norme che rendono un prodotto “made in italy”. Dimenticando che esistono già normative comunitarie a questo deputate. È facile prevedere che si creeranno per le aziende più problemi di quelli che si intendono risolvere. Al recente convegno “Il pensare, il creare, il fare italiano: le sinergie possibili”, organizzato a Vicenza presso la sede dell’Ordine dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili, su impulso della locale Unione Giovani, l’amico Fabio Brusa, avvocato profondo conoscitore del tema, ha efficacemente descritto la complessità normativa che porta a individuare ben cinque, dico cinque, formulazioni obbligatorie del made in. Come dire… fate voi quello che ritenete. Ma se sbagliate…

Allo stesso convegno, il sottoscritto ha posto in rilievo il fatto che la risposta ad un quadro normativo così “ampio” deve essere cercata in forme innovative di comunicazione verso l’estero tali da far diventare un valore il saper fare, oltre al fare. Come la mia iniziativa Brain IN Italy: comunicare la nostra capacità di creare spostando verso l’alto l’identità del valore italiano. Facendola diventare una sorta di nuovo fattore produttivo, non copiabile e non contraffabile e che, essendo fattore produttivo, contribuisce ad aumentare il valore aziendale.

Ho appunto la presunzione di conoscere il modo per farlo. Ma non voglio tediarvi. Vorrei però che fosse chiaro un concetto: il risultato che si può raggiungere con queste forme innovative di comunicazione deve essere fatto proprio dalle aziende, senza attendere interventi miracolistici da una forza politica piuttosto che da un’altra. È il sistema economico che deve darsi valore, e deve comunicarlo. Deve comunicare al mondo la propria capacità di essere stabilmente innovativo nei processi. Senso di appartenenza riconosciuta, essere parte di un sistema che non ha eguali nel mondo. Solo così avremo futuro. E non mi dispiace dirlo, ma nessuna iniziativa di respiro campanilistico con orizzonti distrettuali, settoriali o regionali che siano, potrà esprimere quello di cui ha bisogno il sistema economico italiano.

A quello che si vede, però, le istituzioni pubbliche e private dovrebbero riflettere seriamente sui loro orientamenti in materia.

Franco Barin

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